Le tue idee

  • 13/01 – Edmondo – la mia proposta si riferisce al comparto pubblico della conoscenza:
    PROPOSTA:

    IMMEDIATA ASSUNZIONE DI TUTTI I LAVORATORI CON ALMENO TRE ANNI DI CONTRATTO AL 31 AGOSTO O AL 30 GIUGNO.

    LA PROPOSTA SI INCENTRA SU DUE GRANDI VALORI TUTELATI DALLA LEGGE NAZIONALE E INTERNAZIONALE:

    1)IL PRINCIPIO DI NON DISCRIMINAZIONE TRA LAVORATORI A TERMINE E LAVORATORI A TEMPO INDETERMINATO;

    2)LA PREVENZIONE DELL'ABUSO DI CONTRATTI A TEMPO DETERMINATO.
    La legge del 2007 n.247 all'articolo 1 comma 39 stabilisce che all’articolo 1 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, è premesso il seguente comma:
    «01. Il contratto di lavoro subordinato è stipulato di regola a tempo indeterminato».
    Lo stesso valore viene poi riaffermato nella direttiva europea n.1999/70 che e' stata recepita dall'Italia nel decreto legge 368 del 2001.

    Ma non basta. La direttiva europea, infatti, afferma chiaramente che il rapporto di lavoro migliora sia la qualita' della vita dei lavoratori sia che ne migliora il rendimento.
    E un rendimento migliore dei docenti avrebbe sicuramente degli effetti positivi sui discenti e sulla qualita' della scuola pubblica italiana.

    Chiedere l'immediata immissione in ruolo dei lavoratori a tempo determinato con tre anni di contratto al 31 agosto o al 30 giugno significa percio' :

    1)rivendicare il rispetto sia della legge nazionale sia di quella dell'Unione Europea(tra l'altro gia' recepita dal nostro paese);

    2)rivendicare il diritto ad un trattamento omogeneo a quello dei lavoratori del settore privato, ovvero pretendere l'interruzione della violazione del principio costituzionale di uguaglianza;

    3)rivendicare per tutti i lavoratori le stesse opportunita'.
    E' noto che un lavoratore precario non gode delle stesse opportunita' di un lavoratore a tempo indeterminato in termini di immagine, di professionalita' e di chance. Il termine stesso precario ha connotazioni fortemente negative dovute all'incertezza, alla provvisorieta' e all'instabilita' del rapporto di lavoro che lo rendono quasi un lavoratore di serie B agli occhi della gente, di molti colleghi e di tanti dirigenti scolastici. Inoltre il lavoratore precario non gode delle stesse chance di
    un lavoratore a tempo indeterminato (non puo': diventare dirigente scolastico o collaboratore del preside; fare parte del Consiglio d'istituto; avere il distacco sindacale o essere Rsu; lavorare nelle scuole italiane all'estero; ecc.). La sua professionalita' viene fortemente limitata. Un aspetto che troppo spesso viene sottovalutato quando si parla di meritocrazia.

    4)rivedicare un miglioramento della qualita' della scuola pubblica statale italiana.

    5)supportare esplicitamente nella proposta “Ricostruire la Scuola Flc Cgil” tutte le vertenze tuttora in corso per la stabilizzazione dei lavoratori.

    La Flc Cgil dovrebbe chiedere alla politica di abrogare tutte le norme che ostacolano ingiustamente la trasformazione dei contratti da tempo determinato a tempo indeterminato:
    - l'articolo 36 comma 2 del d.lgs. 165 del 2001 (sostiene che in nessun modo il contratto con la pubblica amministrazione può trasformarsi in tempo indeterminato. Tutte le sentenze che hanno dato esito favorevole ai precari -come quella di Siena -, convertendo i contratti a tempo indeterminato, hanno dichiarato illegittima questa norma, perché in palese contrasto con lo spirito della normativa europea a cui si ispira.)

    l'Art. 9. (Scuola e merito) comma 18 del Decreto-legge 13 maggio 2011 , n. 70 coordinato con la legge di conversione 12 luglio 2011. (comma 18 : All'articolo 10 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, dopo il comma 4 è aggiunto il seguente: «4-bis. Stante quanto stabilito dalle disposizioni di cui all'articolo 40, comma 1, della legge 27 dicembre 1997, n. 449, e successive modificazioni, all'articolo 4, comma 14-bis, della legge 3 maggio 1999, n. 124, e all'articolo 6, comma 5, del
    decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, sono altresi' esclusi dall'applicazione del presente decreto i contratti a tempo determinato stipulati per il conferimento delle supplenze del personale docente ed ATA, considerata la necessità di garantire la costante erogazione del servizio scolastico ed educativo anche in caso di assenza temporanea del personale docente ed ATA con rapporto di lavoro a tempo indeterminato ed anche determinato. In ogni caso non si applica l'articolo 5, comma 4-bis,
    del presente decreto.»)

    l'articolo 1 comma 1 del Decreto-legge 25 settembre 2009, n. 134 (All'articolo 4 della legge 3 maggio 1999, n. 124, dopo il comma 14 e' aggiunto, in fine, il seguente: «14-bis. I contratti a tempo determinato stipulati per il conferimento delle supplenze previste dai commi 1, 2 e 3, in quanto necessari per garantire la costante erogazione del servizio scolastico ed educativo, non possono in alcun caso trasformarsi in rapporti di lavoro a tempo indeterminato e consentire la maturazione di
    anzianità utile ai fini retributivi prima della immissione in ruolo.»).

    A supporto di questa richiesta la Flc Cgil dovrebbe intraprendere una campagna di informazione pubblica sui diritti dei lavoratori e sulle norme create ad hoc dai nostri Governi al fine di sfruttare i lavoratori e di mantenerli in una situazione di disagio economico e di “ricattabilita'”.

    Infine il prossimo CCNL della scuola (meglio ancora se di tutto il pubblico impiego) dovrebbe prevedere la possibilita' di convertire il contratto da tempo determinato a tempo anche per effetto di sanzioni del giudice (al momento non e' cosi'. l'articolo 40 del CCNL afferma un generico “per effetto di specifiche disposizioni normative).


    Cordiali saluti

    Edmondo Febbrari
    Coordinatore Precari Flc Cgil Ravenna

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  • 13/01 – Fabrizio Dalla Villa – Buongiorno.
    http://ilmiolibro.kataweb.it/schedalibro.asp?id=688602
    E' il link dove si può leggere l'anteprima del mio ultimo libro, scritto per ricordare un amico d'infanzia, scomparso a giugno del 2011, dopo oltre 40 anni di amicizia. SI intitola TRESETTE perché ho voluto rievocare le innumerevoli partite da noi giocate insieme ad altri due amici. Anche i protagonisti del libro sono amici d'infanzia, che, una volta giunti al fatidico traguardo della pensione (ci arriveremo mai noi?) riprendono a giocare a tresette e a chiacchierare del più e del meno, affrontando discorsi tanto privati, quanto di interesse generale. Il libro è distribuito da Feltrinelli. Sono graditi i vostri commenti. Buon anno.
    Fabrizio Dalla Villa, Villasanta (MB)

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  • 11/01 – Antonio DEIARA – Grazie al Collega Vincenzo Rossi per l'incoraggiamento! Per la Collega Paola: non ho molto tempo per giocare al "si rilegga la bellissima frase/il bellissimo libro". Le fornisco un indirizzo dal quale ricavare informazioni circa i miei impegni attuali sul "fronte" Scuola: www.sardies.org "Ottoni all'Ottavo" e precedenti. Con stima, A.D.
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  • 10/01 – Vincenzo Rossi – Il Prof. Antonio DEIARA mi pare avere in DOTE sia la competenza Tecnico-Didattica che la concretezza Innovativa-Funzionale: in Italia i colleghi con simili "allarmanti" caratteristiche (spesso) vengono "zittiti" e/o criticati.....ULTIMAMENTE (anche) PUNITI......
    Tali "amenità" provengono dall'alto, dal basso e (spesso) anche dalle "linee mediane" !!!
    Resta la soddisfazione della STIMA da parte degli alunni (et) della Rilevabile Competenza a loro "inculcata": perchè non proviamo ad "auto-valutarci" così ?!!!?

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  • 10/01 – aron – Gli stipendi dei politici dovrebbero essere minimo di 3.000 € al mese oppure pari a quanto riportato nella loro dichiarazione dei redditi precedente all'elezione e comunque non superiori a 5.000 € nettii al mese.
    I parlamentari non devono poter superare le 2 legislature, quindi porre fine al mestiere di politico a vita.
    Fare il politico deve essere una missione e non un lavoro.

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  • 10/01 – Paola – Egreg. Professore Daiara forse alcuni insegnanti sono in questo periodo demotivati proprio perchè non riconoscono più la loro SCUOLA, una scuola che lei ha decantatato, con o senza la Lim, una scuola che sicuramente abbiamo perduto anche a causa di una parte di noi che non ha voluto assumersi le giuste responsabilità e ha preferito nascondersi in una scuola senza storia. Mi ha sconfortato "il dio denaro" i cui effetti sono ben visibili sulle nuove e ....vecchie generazioni. Per i ragazzi che non studiano, e sui quali secondo lei il problema non si pone, le ricordo la bellissima metafora alata di Daniel Pennac!! Good evening!!
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  • 07/01 – luciano – Pongo due questioni, ognuna con alcune domande. Spero che qualcuno sia in grado di rispondere, perché i dati che cerco non riesco a trovarli.
    a) In Italia abbiamo circa 19 milioni di pensionati: è giusto il dato? Come sono distribuite (dal punto di vista di quanto prende ogni pensionato al mese) le pensioni? Quanto è, perciò, la spesa totale mensile per tutti i pensionati?
    b) Come possiamo concepire che, in momento di crisi, un occupato rimanga senza lavoro (e senza paga e, dunque, senza tasse) mentre un pensionato non perde nulla? Perché alcune spese (per esempio l'affitto della casa) non sono legate all'effettiva retribuzione della persona che fa il contratto? grazie della collaborazione

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  • 05/01 – Clara Ripoli – NEL MEZZOGIORNO LA CONDIZIONE DI DONNE E GIOVANI AGGRAVATA DAL RITARDO STRUTTURALE DEL PAESE DI FRONTE ALLA CRISI.

    C’è un filo rosso che attraversa trasversalmente tre diversi importanti resoconti pubblicati negli ultimi due mesi:
    Il Rapporto sulla scuola in Italia 2011 della Fondazione Agnelli-Editore Laterza;
    la Formazione delle classi e risultati di apprendimento degli studenti Ricerca della Fondazione Agnelli;
    Il Rapporto Annuale ISTAT 2010.
    Le ricerche citate individuano con chiarezza il focus dell’aggiornamento dell’analisi dello stato del nostro sistema italiano intorno alle reali condizioni, agli stili di vita delle persone.
    Tra le diverse sfaccettature delle combinazioni nel puzzle delle fasi e delle chance di vita degli individui, prendono corpo come fantasmi annunciati,attraverso il rilevamento delle concrete condizioni materiali,gli effetti dei mutamenti prodotti dalla crisi economica e dagli interventi volti al risanamento del debito italiano sulle reti immateriali,o meglio su quelle infrastrutture che sostengono i progetti di vita di ogni persona e ne dettano le possibilità: la cura delle persone,i percorsi
    di istruzione e formazione,l’occupazione,i processi di precarizzazione,marginalizzazione ed esclusione dal mercato del lavoro,le possibilità di inclusione nella cittadinanza,la progressiva esclusione sociale delle persone nelle diverse fasi di vita.
    Emerge chiaramente come dato unitario dei tre diversi studi l’intrinseca debolezza del sistema Paese nei nuclei fondativi della sfida introdotta dalla modernizzazione della società,quella della qualità democratica:

    l’impalcatura rigida e monocorde del modello di welfare italiano ossificato dall’ effetto del mancato riformismo;

    la struttura ancora classista e segregativa del sistema della trasmissione culturale italiana e delle conseguenti possibilità di accesso al successo scolastico e formativo dei giovani prima, dell’affermazione culturale e professionale degli adulti poi;

    la storica difficoltà e fatica delle donne italiane nell’inserimento nel mercato del lavoro e,quando questo avviene,nella conciliazione tra la cura dei figli, di altre figure parentali e la vita lavorativa,a causa essenzialmente dalla mancanza di servizi e supporti adeguati, da una parte, la permanente difficoltà delle famiglie nel sopperire ad un modello di welfare inadeguato dall’altra;

    la profonda differenza tra Nord e Sud d’Italia nell’offerta di opportunità che rafforzano l’affermazione del progetto di vita di ogni persona,in ogni fase di vita.

    I tre documenti,da angolazioni diverse e con spettri che si restringono e si dilatano,delineano chiaramente un Paese che vede confermarsi e rafforzarsi nella crisi globale, la fragile strutturazione della sua organizzazione economica e sociale proprio perché ancora largamente e rigidamente classista,sessista e diseguale.
    Un Paese conseguentemente debole, perché strutturalmente debole e in ritardo rispetto alle possibili vie di superamento del passaggio ad una fase possibile di graduale ripresa.
    Se questo può in qualche modo essere considerato il tratto che unifica l’aggiornamento dell’analisi del Paese,le sue tracce sono rinvenibili già nel tassello dell’istruzione che individua nella scuola media,il livello scolastico che collassa il principio di uguaglianza dei cittadini,di pari opportunità e di democrazia sostanziale sanciti dalla nostra Costituzione.
    In barba ad ogni affermazione del tanto proclamato diritto allo studio che non individua nell’uguaglianza delle opportunità e nel successo formativo il punto della sua ripartenza, ridefinendosi costantemente nell’avanzamento qualitativo degli apprendimenti scolastici e delle mete conoscitive,misurandosi con i risultati raggiunti dagli studenti e dalle scuole.
    Un principio di garanzia,quello del diritto allo studio,fermo alla missione quantitativa che nel 1962 accompagnò la nascita della scuola media: l’innalzamento del livello di istruzione tramite l’estensione dell’obbligo scolastico.
    Il Rapporto sulla scuola in Italia 2011 mette in luce “ Come sia proprio alle scuole medie che esplodono in modo drammatico i divari di apprendimento determinati dall’origine socio-culturale degli studenti, che invece le scuole elementari riescono a contenere con successo. La probabilità di essere in ritardo alla fine delle medie da parte di uno studente figlio di genitori con licenza media è quattro volte superiore a quella del compagno figlio di genitori laureati, quella di uno studente
    straniero nato all’estero e scolarizzato in Italia è addirittura venti volte superiore a quella di un italiano. I divari sociali di apprendimento che nascono alle medie rischiano di compromettere il percorso scolastico, specialmente degli studenti di origine più svantaggiata. Questi divari e ritardi diventano, infatti, irrecuperabili alle superiori, incrementano la grave piaga dell’abbandono, mettono a rischio il futuro di troppi ragazzi e, in definitiva, privano il Paese di risorse umane
    preziose”.
    Il Rapporto rivela, inoltre”Che gli insegnanti della scuola media sono i più anziani (età media, oltre 52 anni, con moltissimi concentrati nella fascia intorno ai 58 anni) e i meno soddisfatti della loro preparazione complessiva, oltre a essere coinvolti nel più vorticoso turnover di cattedre di tutta la scuola italiana: 35 docenti di scuola media su 100 non insegnano l’anno dopo nella stessa scuola, con le prevedibili conseguenze negative per la continuità didattica dei loro allievi”.
    Quest’ultimo aspetto andrebbe analizzato come senz’altro speculare alle politiche di cassa operate nella scuola a discapito di ogni relazione tra innovazione qualitativa della missione dei vari ordini e gradi del sistema scolastico e promozione del successo scolastico degli studenti.
    l'Italia è il paese con il calo degli apprendimenti più netto tra elementari e medie. Basta vedere i punteggi della prova Timms, il test che – in cicli quadriennali – misura le performance degli studenti di 60 paesi in matematica e scienze. Nell'arco dei quattro anni, cioè dalla quarta elementare alla terza media (secondo i dati 2003-2007), gli studenti italiani sono quelli che perdono più punti per strada: -23 in matematica (contro i +34 di Taipei e i + 22 della Slovenia) e -21 nelle
    scienze (+48 Slovenia, + 21 Norvegia). Per capire da dove nasca questo gap che poi rende gli studenti italiani particolarmente deficitari nelle materie scientifiche per il resta della loro carriera scolastica, il Rapporto esamina i tre attori in gioco: preadolescenti, insegnanti, scuola.
    Il primo aspetto riguarda i ragazzi italiani: sono più difficili dei coetanei europei? Di sicuro, rispetto ai preadolescenti dei principali paesi occidentali, sono quelli che perdono presto il gusto per la scuola. Tra gli undicenni, solo il 17% dei ragazzi e il 26 % delle ragazze risponde “mi piace molto” , tra i tredicenni solo il 7% dei maschi e l'11% delle ragazze: percentuali molto basse rispetto al 55% degli undicenni tedeschi o al 33 % delle tredicenni inglesi. E Per contro, gli
    insegnanti sono al minimo storico dal 1970: erano 182mila quarant' anni fa, sono 178 mila nel 2010 (col picco di 283mila nel 1986).
    Se a ciò si aggiunge il dato confermato dalla seconda Ricerca della stessa Fondazione Agnelli sulla formazione delle classi e i risultati di apprendimento degli studenti,il quadro complessivo problematico viene rafforzato .”I criteri con cui vengono formate le classi possono influenzare in modo significativo i risultati degli studenti. Nella scuola media italiana il principio di formare classi al loro interno il più possibile eterogenee dal punto di vista dell'origine socio-culturale dei
    ragazzi (e quindi omogenee tra di loro) è spesso disatteso: con più intensità al Sud, ma comunque dappertutto nel Paese. Ciò può costituire un ostacolo e un danno per la qualità dei risultati: l'analisi empirica mostra, infatti, che classi più eterogenee danno nel complesso apprendimenti migliori, a parità di altre condizioni. Con benefici per tutti gli studenti, non solo per quelli meno bravi o di origine sociale svantaggiata: di qui un'ulteriore conferma che nella scuola equità ed efficacia non sono in alternativa, ma devono e possono procedere di pari passo.”
    Questi i principali risultati a cui è pervenuta la ricerca della Fondazione Giovanni Agnelli, curata da Gerard Ferrer-Esteban, e realizzata a partire dai dati Invalsi del a.s. 2009-2010 in I media.
    Come a dire facciamo cattivi risultati nella misurazione degli apprendimenti degli studenti della scuola media italiana,ma confermiamo il sistema di esclusione,arretrato e segregativo che li determina senza intervenire con le riforme necessarie per renderlo più inclusivo ed efficace.
    D’altra parte la condizione di persistente difficoltà del nostro paese nella modernizzazione è altresì confermata dall’ultimo Rapporto ISTAT relativo all’Italia del 2010.
    E’nella fotografia delle relazioni che strutturano dalla nascita quel capitale umano con il quale ci apprestiamo dunque a vivere e fronteggiare i passaggi cruciali di una crisi lunga e inedita che si comprende chiaramente il nostro storico ritardo,il cui bersaglio,il vero anello debole, è costituito dalla vita delle famiglie, entro le quali le più colpite sono le donne e i giovani. Per le prime, quali che siano le scelte riproduttive di tre diverse generazioni femminili: oggi quarantenni, cinquantenni, settantenni.
    Le reti informali familiari sono definite dal rapporto sempre più “lunghe e strette” per via di fattori demografici importanti come l’invecchiamento della popolazione e la mancanza di altre risorse umane nel lavoro domestico e di cura,di servizi personalizzati, pubblici e privati.
    Ad eccezione delle donne che oltre ad essere più istruite, più vecchie, continuano a svolgerlo per un tempo sempre più lungo,mettendo ancor più a repentaglio percorsi lavorativi e scelte di vita.
    Più povere e più sole le famiglie tentano con le reti di aiuto informale di sopperire alla deprivazione materiale e alle difficoltà quotidiane dettate dalla diminuzione del reddito e dall’erosione dei risparmi. E se il disagio economico delle famiglie si attesta su quello dei livelli raggiunti nel 2009,in quanto la perdita di occupazione ha riguardato maggiormente i maschi più giovani,le famiglie continuano a sostenere, come veri ammortizzatori sociali, il peso di giovani nuclei familiari, individui adulti e anziani, bambini, nel momento di maggiore vulnerabilità. Più persone da assistere e più a lungo da parte di donne più vecchie e stanche, se si considera che la cura familiare e il lavoro domestico si confermano, ambiti quasi esclusivi delle donne italiane, ai quali gli uomini dedicano la metà del tempo delle donne.
    In questo contesto il Mezzogiorno rappresenta la zona più svantaggiata: pur a fronte di maggiore povertà materiale,di deprivazione derivante dalla perdita di lavoro,minore presenza di servizi sul territorio,intervento pubblico poco diffuso,aiuto alle famiglie ristretto e una rete informale più esigua rispetto al resto del Paese e da peggiori condizioni di vita della popolazione anziana, vede accrescere il suo distacco dal Nord in questo ultimo anno in tutti gli indicatori di spesa, servizi e risorse assegnate,di recupero di inclusione sociale.
    La considerazione che il capitale umano costituisce la risorsa potenziale di ogni società che intenda guardare al futuro con sufficiente sicurezza e che l’investimento nei processi che accrescono la conoscenza e il sapere, includendo gli esclusi nella platea di chi le chance riesce ad agganciarle, risulta strettamente correlato a rilevanti vantaggi, definiti come esternalità produttive o positive in grado di accrescere la crescita totale di un paese ed influenzare, di conseguenza, il benessere individuale e collettivo della società, rende ancora più drammatico il giudizio sulla crisi sistemica delle politiche delle nostre istituzioni.
    Una crisi di visione che non trova neppure nella cornice europea una qualche composizione positiva, come dimostra il divario tra gli indicatori/obiettivo di cinque aree strategiche poste dall’Europa in Strategia Europa 2020 per stimolare lo sviluppo e l’occupazione:
    ricerca e sviluppo,capitale umano,occupazione,povertà ed esclusione sociale,energia e ambiente e i traguardi nazionali presentati dall’Italia nel Novembre del 2010.
    Nel documento approvato dall’Unione europea 2010 vengono delineate le grandi direttrici politiche per stimolare lo sviluppo e l’occupazione.
    ”Il modello di crescita proposto viene definito”intelligente” (in quanto promuove la conoscenza,l’innovazione,l’istruzione e la società digitale), ”inclusivo” (incentiva la partecipazione al mercato del lavoro,l’acquisizione delle competenze e la lotta alla povertà) e “sostenibile”(rende la produzione più efficiente nell’uso delle risorse naturali). Le maggiori differenze tra gli obiettivi di traguardo tra l’Europa e l’Italia riguardano, non a caso, i settori di maggiore competitività: le maggiori criticità riguardano, la riduzione del tasso di abbandoni scolastici e l’istruzione superiore, così come l’obiettivo di destinare il 3% del Pil alla spesa in Ricerca e Sviluppo.
    Obiettivi lontani dall’essere raggiunti e difficilmente perseguibili in Italia se si considera il nostro livello di partenza e le forti differenze territoriali interne.
    La compatibilità tra crescita e inclusione sociale è resa possibile anche dalla funzione, secondo il documento europeo, della valorizzazione del capitale umano che scaturisce dalla diminuzione degli abbandoni scolastici nella secondaria e la crescita del numero dei laureati.
    Benché l’Italia negli ultimi anni abbia registrato con la riforma universitaria del tre più due un incremento di laureati nella prima fascia,risulta ancora molto al di sotto degli obiettivi europei(obiettivo 40%) nell’istruzione terziaria:19,8% con un differenziale di genere tra uomini e donne, favorevole a queste ultime in tutte le regioni italiane.
    Senza voler esaurire la complessità delle ricerche citate, ricche di dati meritevoli di ben altri ulteriori ed opportuni approfondimenti,volendo rimanere alla parzialità dei problemi solo accennati, viene da chiedersi perché nessuno parla di questa natura della crisi che stiamo vivendo, spostando il baricentro di discussioni stucchevoli, quanto inutili, su posti e postazioni del ceto politico,al merito della natura democratica del ritardo con il quale ci troviamo inerti a subire provvedimenti di continuo risanamento, inefficaci quanto iniqui.
    Di cosa si occupano i partiti e le istituzioni italiane se di questo parlano solo gli esperti e i rapporti statistici?
    E’ forse fin troppo semplice concludere che ritardo strutturale del Paese e mancato riformismo siano le due facce della stessa medaglia?
    Addirittura irriverente che un’intera classe dirigente e un sistema politico sia giunto al capolinea, senza per questo essere additati come i fautori dell’antipolitica?
    Riprendere la parola, partecipare con le nostre idee è il nostro dovere di cittadini responsabili che promuovono la circolazione di ossigeno nella stagnazione di una fase politica, anche in Basilicata, torbida e improduttiva.
    Dal nostro territorio,se si esce dal localismo parcellizzante e paralizzante,egoistico e cinico del debole tessuto democratico lucano, frammentato e dilaniato da vecchi e nuovi particolarismi che presidiano il territorio soffocato dall’immobilismo del controllo, ennesima dimostrazione di come una fase propulsiva del governo si sia esaurita e sia giunta a termine, è possibile riprendere il filo di un’analisi che ci ri-comprende come Paese e ci ri-guarda, perché il tema dell’inclusione riguarda in primo luogo la politica qui ed ora e ci interroga responsabilmente sul futuro delle giovani generazioni.
    Ci auguriamo che la nostra iniziativa possa contribuire, per la sua parte, a farlo.

    Policoro 30/12/2011
    Clara Ripoli
    RSU CGIL LICEO SCIENTIFICO "E.FERMI"POLICORO (MT)

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