Orazione civile per la Resistenza

Ville tristi. Così la gente di Milano, Roma, Firenze, Trieste, e molte altre città italiane, chiamava quei palazzi in cui la polizia nazifascista, in particolare dopo l'8 settembre 1943 (ma a Trieste un luogo del genere fu operativo fin dal '42), imprigionava e torturava partigiani, oppositori, detenuti di ogni estrazione politica e sociale. A Milano, la Villa Triste è ancora oggi in via Paolo Uccello. In quel cortile, in quei corridoi, in quelle cantine, Daniele Biacchessi ha portato il suo teatro civile, la sua voce, per raccontare un pezzo di un'Italia che non c'è più, ma che ancora vive nella coscienza di questo Paese e che non può essere dimenticata. Un'Italia che, con le sue storie, è oggi raccontata nell'ultimo libro di Daniele Biacchessi, Orazione Civile per la Resistenza, Corvino Meda Editore, Bologna, 2012.

"Tutto è iniziato con mio nonno, i suoi racconti, intorno al camino", mi dice Biacchessi, con voce commossa e partecipe. E mentre parla, quasi non mi guarda negli occhi, perché davanti ai suoi, di occhi, ci sono altri referenti, altri destinatari: tutti coloro che, innocenti, sacrificarono se stessi, o vennero immolati, per l'Italia di oggi, in quegli anni in cui il futuro di questo Paese era incerto e ignoto, e bisognava scegliere da che parte stare.

"Tutto è iniziato con mio nonno - mi spiega Biacchessi, milanese, classe 1957, giornalista, attore, autore - perché la mia famiglia è originaria della zona di Marzabotto. E allora, da bambino, insieme ai miei amichetti, ci sedevamo in circolo ai piedi del nonno, intorno al camino, e lui ci raccontava di quello che era stato Marzabotto per questo Paese. Noi bambini non capivamo tutto, ma ci rendevamo ben conto che quella storia che ci stava narrando non aveva avuto un lieto fine, se non attraverso il riscatto di una Nazione tutta, di un popolo tutto: fu quello - allora non me ne rendevo conto - la prima orazione civile che ascoltai".

Da quei primi racconti a questo libro c'è un cerchio che si chiude, una storia individuale ma anche collettiva che trova il suo svolgimento. Cosa l'ha spinta a prendere la penna in mano e a sintetizzare gli anni più difficili della storia di questo Paese?

"In molti, negli ultimi 20 anni, hanno provato a riscrivere quella storia: chi lo ha fatto in buona fede, chi invece con un preciso intento revisionista, quasi a voler ribaltare le verità storiche emerse da quanto accadde, in particolare, dopo l'8 settembre 1943. Ebbene, mi sembrava importante ricordare che la Resistenza fu vera 'guerra di Liberazione', combattuta da oltre 250mila persone, e che i morti meritano certo lo stesso rispetto, ma non sono tutti uguali. Moltissimi, allora, morirono per un'Italia libera e democratica, quella che altri non volevano".

Stile asciutto, antiretorico, giornalistico, il suo, attraverso il quale ripercorre tutte le pagine del secondo conflitto mondiale, gli eccidi e le stragi nazifasciste, gli atti eroici, la Liberazione, le sue contraddizioni. Anche da qui, da questo stile particolare, la scelta di un''Orazione'?

"Si, esatto. È un libro che si fa teatro, impegno civile, e in cui del resto confluiscono stile ed esperienze personali; basti pensare alle interviste a Giorgio Bocca, Tina Anselmi, Vittorio Foa, Giuliano Vassalli, padri nobili della nostra Resistenza, raccolte prima al microfono di Radio24, l'emittente per cui lavoro, e poi adattate appositamente per il testo. Sobrietà, essenzialità, per me, coincidono con verità. Questa storia, queste storie, non saprei raccontarle in nessun altro modo".

Pagine dolorose, pagine gloriose, pagine vergognose. Come quelle contenute appunto nell'"armadio della vergogna" rivenuto nel 1994 a Palazzo Cesi a Roma, che occultava migliaia di documenti relativi proprio alle stragi nazifasciste in Italia...

"Uno dei capitoli più oscuri e infamanti della nostra storia. È stato come uccidere due volte migliaia di innocenti, negare loro giustizia e sepoltura. Come poté accadere? Prevalse forse la ragion di Stato, la necessità di far ripartire la macchina tedesca, evitando di consegnarla integralmente al blocco comunista, e quindi qualcuno non ritenne opportuno che la Germania pagasse per intero il suo debito con la Storia, con la nostra storia. Ma l'infamia rimane, e ancora oggi si fa fatica a parlarne".

È sul piano della conoscenza e della cultura che si può dispiegare un vero antifascismo", dichiara il presidente dell'Anpi, l'Associazione Nazionale Partigiani, Carlo Smuraglia nell'intervista che apre il libro. I giovani di oggi sono consapevoli del loro ruolo?

"Si, ne sono certo. Me ne rendo conto quando li incontro nelle scuole, nei raduni, a teatro. Bisogna saper raccontare, trovare il linguaggio, la chiave giusta per entrare in sintonia con loro, ma sono questi ragazzi, i testimoni di seconda generazione, pian piano, che chi ha vissuto direttamente quegli anni, quelle sofferenze, ci sta lasciando. Basti pensare alla crescita del numero dei giovani iscritti all'Anpi in questi ultimi anni: è come se, a fronte della crisi dei partiti e delle ideologie, si cercare nella storia condivisa di questo Paese la radice del nostro stare insieme. Ma ci sono luoghi simbolicamente ancora più forti...".

Quali?

"Uno su tutti: la nostra Costituzione. Molti vorrebbero cambiarla, revisionarla, ammodernarla. Io dico che dobbiamo fare tutti di più, affinché venga realmente applicata in tutte le sue potenzialità. È quello il ponte che lega il nostro passato al nostro presente e futuro; è quella l'eredità più bella e ricca che ci è stata lasciata da quegli uomini e quelle donne a cui ho voluto dedicare la mia 'Orazione civile'".