Romagna solatìa, dolce paese...

Cento anni fa moriva a Bologna, all'età di 57 anni, Giovanni Pascoli, "la maggiore" personalità poetica, per dirla con Gianfranco Contini, nell'"Italia a cavallo dei due secoli, anzi probabilmente la maggiore dopo l'età di Leopardi e Manzoni".

Da allora in poi, molta acqua è passata sotto i ponti e molte cose sono cambiate: dal costume alla mentalità, dal paesaggio al modo di essere degli uomini. In particolare è cambiata la struttura del nostro Paese, che, rimasto a lungo contadino e pastorale, si è rapidamente evoluto in senso industriale e consumistico. Se insomma volessimo esprimerci per metafore, dovremmo dire, con il Marcovaldo di Calvino, che da tempo, ormai, non godiamo più del cielo stellato, per via di luci diffuse e insegne fosforescenti che ne impediscono la vista, e che anche le lucciole - figlie, come ci ricordava Pasolini, del "vecchio universo agricolo e paleocapitalistico" - sono ormai del tutto scomparse.

Ciò che invece non è affatto scomparso è il sentimento di appartenenza e di solidarietà che oggi ci fa sentire più che mai vicini alle popolazioni dell'Emilia  Romagna, colpite dal terremoto.

Del centenario pascoliano si occuperà il numero di luglio-agosto della rivista "Articolo 33".

Ma ora, in un momento in cui anche la memoria è un bene prezioso, vogliamo dedicare ai nostri concittadini colpiti dal terremoto una delle poesie più belle e significative che il poeta romagnolo ha scritto pensando alla sua terra.

 

ROMAGNA

a Severino

Sempre un villaggio, sempre una campagna
mi ride al cuore (o piange), Severino:
il paese ove, andando, ci accompagna
l'azzurra vision di San Marino:

 

sempre mi torna al cuore il mio paese
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

Là nelle stoppie dove singhiozzando
va la tacchina con l'altrui covata,
presso gli stagni lustreggianti, quando
lenta vi guazza l'anatra iridata,

oh! fossi io teco; e perderci nel verde,
e di tra gli olmi, nido alle ghiandaie,
gettarci l'urlo che lungi si perde
dentro il meridïano ozio dell'aie;

mentre il villano pone dalle spalle
gobbe la ronca e afferra la scodella,
e 'l bue rumina nelle opache stalle
la sua laborïosa lupinella.

Da' borghi sparsi le campane in tanto
si rincorron coi lor gridi argentini:
chiamano al rezzo, alla quiete, al santo
desco fiorito d'occhi di bambini.

Già m'accoglieva in quelle ore bruciate
sotto l'ombrello di trine una mimosa,
che fioria la mia casa ai dì d'estate
co' suoi pennacchi di color di rosa;

e s'abbracciava per lo sgretolato
muro un folto rosaio a un gelsomino;
guardava il tutto un pioppo alto e slanciato,
chiassoso a giorni come un birichino.

Era il mio nido: dove immobilmente,
io galoppava con Guidon Selvaggio
e con Astolfo; o mi vedea presente
l'imperatore nell'eremitaggio.

E mentre aereo mi poneva in via
con l'ippogrifo pel sognato alone,
o risonava nella stanza mia
muta il dettare di Napoleone;

udia tra i fieni allor falciati
de' grilli il verso che perpetuo trema,
udiva dalle rane dei fossati
un lungo interminabile poema.

E lunghi, e interminati, erano quelli
ch'io meditai, mirabili a sognare:
stormir di frondi, cinguettìo d'uccelli,
riso di donne, strepito di mare.

Ma da quel nido, rondini tardive,
tutti tutti migrammo un giorno nero;
io, la mia patria or è dove si vive;
gli altri son poco lungi; in cimitero.

Così più non verrò per la calura
tra que' tuoi polverosi biancospini,
ch'io non ritrovi nella mia verzura
del cuculo ozioso i piccolini,

Romagna solatìa, dolce paese,
cui regnarono Guidi e Malatesta;
cui tenne pure il Passator cortese,
re della strada, re della foresta.

(G. Pascoli, Romagna, da Myricae, Mondadori, Milano 1943)