
Cominciamo dalla ricerca
Lo scivolone del ministro Gelmini sui neutrini spiega, almeno in parte, perché la ricerca in Italia sia la cenerentola d'Europa. Esportiamo cervelli ma perdiamo la sfida mondiale sull'innovazione, sulla scienza e sull'applicazione delle conoscenze. Eppure in Italia, oltre al Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), vi sono numerosi centri di ricerca ed enti pubblici che si occupano di diversi temi: dall'energia alla sicurezza, dalla tutela del territorio e degli ambienti marini e montani alla ricerca in campo nucleare e astrofisico, dalle sementi alla fauna, dalla formazione alla didattica, dall'ingegneria alla cantieristica, dai sistemi di valutazione alle analisi economiche.
Non ci mancano le strutture e il personale specializzato. Manca un progetto e manca una regia. Deboli e insufficienti sono gli interventi per creare sinergie di sistema, favorire il trasferimento tecnologico e lo spin off verso industria e territorio.
Soprattutto mancano i fondi. Molti di quelli che ci sono rispondono alle suggestioni del momento. A questo è servito ridurre progressivamente l'autonomia degli enti e delle loro comunità scientifiche: renderli dipendenti dalla politica e dalle sue lobbies. Ed ecco il progetto pilota che fa bello il ministro, o quello che fa comodo all'assessore regionale. I finanziamenti, oltre a essere pochi, sono parcellizzati perché anche le Regioni, con loro leggi, sostengono progetti di ricerca. Se tutto questo rispondesse a una strategia nazionale, concordata tra i diversi soggetti e di respiro pluriannuale sarebbe meglio poiché crescerebbero efficienza ed efficacia.
Sulla ricerca si è cercato di risparmiare anche con tagli senza logica, addirittura sopprimendo enti che si autofinanziavano. I tagli ai finanziamenti del sistema di ricerca hanno portato, di conseguenza, alla riduzione degli investimenti, dei beni strumentali e del capitale umano. Molti contratti di lavoro non vengono più rinnovati, quindi aumentano i carichi individuali di lavoro e la mancanza di personale costringe gli enti a rivedere gli stessi obiettivi strategici. Gran parte dei ricercatori hanno contratti precari, ma il blocco delle assunzioni ha tolto a molti loro la speranza di continuare a lavorare. Dopo anni di lavoro come precario, acquisendo esperienza e professionalità, un ricercatore è costretto a mettere le sue competenze nel cassetto o a disposizione di laboratori esteri. Pensate che spreco! Il costo della formazione di un buon ricercatore è stimato intorno ai 500 mila euro.

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