
Cominciamo dall'università
Basta guardarsi intorno e cogliere i commenti di studenti, docenti, ricercatori, personale tecnico amministrativo, Lettori e collaboratori linguistici. A parte casi rarissimi, è un coro unanime. L'università così non va. Ma come, non è arrivata poco meno di un anno fa la riforma Gelmini a mettere a posto le cose? A questo punto i commenti diventano, per lo più, pesanti.
Guardiamo la situazione dal punto di vista di chi nell'università lavora, pur rimanendo aperti ad altri punti di vista e opinioni, senza pregiudizi. Perché? Vogliamo lavorare a ricostruire l'Italia, cominciando dall'università.
Da tre anni a questa parte, i finanziamenti agli atenei pubblici sono stati ridotti di oltre 1 miliardo e mezzo di euro. Dicono che c'erano molti sprechi. È probabile, ma allora dovevano tagliare gli sprechi e non il diritto allo studio. Dicono che le università devono essere virtuose e autofinanziarsi. Ma se l'università è pubblica, va finanziata con fondi pubblici, perché ha delle finalità non completamente misurabili in termini economici.
In questi tre anni, oltre ai fondi per fare funzionare gli atenei (il cosiddetto Fondo di finanziamento ordinario – FFO), si sono bloccati i contratti e le assunzioni, le carriere e gli stipendi di tutto il personale. Lavoratori mal pagati e senza diritti lavorano meglio? È strano che qualcuno lo pensi, perché avviene sempre il contrario. Non solo. Senza i precari la didattica salterebbe. Per non parlare dei ricercatori, che dovrebbero fare ricerca e invece sono impegnati in lezioni ed esami, ma a titolo gratuito.
Poi arriva il Ministro Gelmini e il suo disegno di legge (approvato a dicembre 2010) a dare tutto il potere a rettori e consigli di amministrazione, formati al 30% da rappresentanti esterni di enti locali e imprese. A queste figure, la nuova legge affida il potere di decidere di cosa si devono occupare le università. E così la cultura, la ricerca e l'alta formazione vengono commissariate dall'industria e da qualche assessore regionale.


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